La via delle Costellazioni Integrali

La via delle Costellazioni Integrali

LA VIA DELLE COSTELLAZIONI INTEGRALI Intervista a Lorenzo Campese, di Fabia Garatti.*

Le costellazioni familiari generalmente vengono definite come un metodo di esplorazione fenomenologico ed esperienziale delle dinamiche familiari, nonché come uno strumento potente ed efficace che aiuta a sciogliere disagi e conflitti. Per Lorenzo Campese, ricercatore, consulente e formatore, c’è di più, molto di più. Secondo il suo sentire e le sue esperienze sono un “processo di infuturamento” ovvero un processo di incontro con il proprio Sé, in cui ciò che è stato e ciò che sarà si incontra nello spazio di ciò che é.

Fabia. Potremmo definirlo un processo spirituale?

Lorenzo. E’ anche questo. Non a caso il percorso che proponiamo culmina con le costellazioni spirituali. Perché le costellazioni non sono solo una modalità nuova di risolvere problematiche di vita familiare, personale o professionale ma sono anche una via di crescita spirituale e di consapevolezza, una Via con la V maiuscola. E, rifacendomi a Heideger,  mi piace definirle un processo di “infuturamento” in quanto procedimento attraverso il quale l’uomo perviene a se stesso in base al suo più proprio “poter essere”. In fondo, la costellazione è lo spazio delle possibilità, lo spazio in cui saniamo il passato e da esso troviamo forza e libertà per cambiare traiettoria verso un futuro nuovo e più ricco di opportunità.

F. Ma questo percorso può essere intrapreso da chiunque oppure bisogna prima aver svolto un certo lavoro su di sé? 

L. Bisogna essere disponibili a mettersi a nudo ed essere pronti,  guardandosi allo specchio, a riconoscersi e a riconoscere che l’essere che vediamo riflesso porta in sé non solo una dimensione fisica, ma anche una dimensione animica e spirituale. L’uomo, in quanto essere bio-spico-spirituale, è composto da corpo, anima e spirito. E’ una verità che dobbiamo riportare al centro della nostra vita.

F. E’ per questo che le hai chiamate “costellazioni integrali”?

L. In parte. Nel nostro approccio alle costellazioni e alla formazione in generale, consideriamo sempre l’uomo come l’insieme di questi tre elementi – corpo, anima, spirito – e di tre forze essenziali che agiscono in lui: pensiero, sentimento e volontà. Se teniamo a cuore l’uomo nella sua interezza, riusciamo a lavorare su diversi piani contemporaneamente, ovvero in una modalità che alcuni chiamano multidimensionale.

Ma se chiamiamo lo stile costellativo della nostra scuola “integrale”è anche perché si rifanno al pensiero di uno dei più importanti filosofi transpersonali della nostra epoca, Ken Wilber, che ha elaborato un modello di comprensione della realtà detto per l’appunto “modello integrale” in cui include l’idea fondamentale che ogni evento reale è sempre e inevitabilmente “tetra-emergente” in quanto emerge contemporaneamente su quattro livelli diversi:

  • il livello interno-individuale, quello dell’io, della nostra interiorità e di ciò che accade nella nostra anima;
  • il livello interno-collettivo, quello del noi, che attiene alla cultura sociale in cui siamo immersi;
  • il livello esterno-individuale che ha a che fare con la dimensione del rapporto con il mondo esterno su un piano oggettivo, scientifico
  • il livello esterno-collettivo che riguarda il mio rapporto con i macro sistemi con cui mi relaziono e in cui sono inserito.

E, in un certo senso, nelle Costellazioni tutti e quattro le dimensioni sono visibili nella loro interdipendenza.

 

F. Come agiscono le costellazioni?

L. Innanzitutto, uniscono ciò che è separato, ovvero permettono alle persone di uscire dall’illusione della separatezza e di comprendere che in realtà siamo veramente tutti “uno”.

F. Concetto non facile da comprendere per chi, magari, sta vivendo momenti di grande conflittualità con un fratello, un/a compagno/a… con qualcuno che vorrebbe veder scomparire dalla faccia della terra.

L. Non si tratta di comprendere con la mente ma con il corpo e con il sentimento. La grande innovazione delle costellazioni nell’esperienza della ricerca personale è il poter “sentire” in maniera immediata al di là dei propri pensieri. Perché ciò che la nostra mente separa, lo spirito unisce.  E’ solo nella nostra mente che possiamo essere separati. Quando aiutiamo le persone a connettersi in uno spazio più profondo, al di là di quello che accade in superficie, ecco che scoprono che siamo tutti comunque connessi e che possono continuare ad amare anche le persone da cui sono state ferite e con le quali hanno scelto di percorrere strade diverse. E qui ricordo ciò che dice il nostro amato Attilio Piazza: “ Non possiamo smettere di amare”. Concetto che è entrato nella mia anima come una certezza, un dato di fatto o, meglio ancora, una verità biologica e spirituale che non ha bisogno di altre dimostrazioni e che ho sperimentato nella mia vita. E, quindi, se da un lato le costellazioni uniscono ciò che è separato, poi fanno fluire l’amore e la vita là dove si sono bloccate. Permettendoci così di capire che ogni volta che poniamo un limite alla nostra capacità di amare, stiamo male, perché amare è la nostra natura e quindi ogni volta che andiamo contro questa nostra natura proviamo disagio.

F. Quindi siamo amore…

L. In estrema sintesi siamo amore e quando parlo di amore parlo di qualcosa che va molto oltre ciò che possiamo comprendere e qui ci confrontiamo con il limite delle parole. Ci sono tanti tipi di amore: l’amore bisognoso e interessato; l’amore indirizzato a un oggetto e a persone specifiche, che discrimina secondo un principio di simpatia-antipatia; e poi c’è l’amore impersonale, equidistante che potremmo anche chiamare spirituale. Mi riferisco, con altre parole, a un aspetto che è molto presente nell’approccio integrale al quale noi – come scuola – ci rifacciamo, ovvero le cosiddette altitudini di coscienza o di consapevolezza che, in estrema sintesi, riassumiamo in quattro stadi:  la dimensione egocentrica, etnocentrica, ecocentrica e cosmocentrica.

  • L’amore che sperimento sul piano egocentrico ha una sua qualità: è un amore interessato che si riferisce a un bisogno.
  • L’amore a livello etnocentrico ci connette e ci lega a un  gruppo
  • C’è poi un amore più ampio che abbraccia tutti gli elementi del sistema perché ogni elemento è importante, e si cura dell’interdipendenza tra gli stessi. E’ un tipo di amore che sperimentiamo spesso durante le costellazioni perchè come costellatori assumiamo un punto di vista ecosistemico, non possiamo cioè prendere le parti di qualcuno o amare qualcuno in modo speciale.

Anche nel “Corso in miracoli” – un vero e proprio tomo citato spesso da Etchar Tolle e scritto da Helem Schucman, psicoterapeuta americana che ha iniziato a canalizzare un’entità molto elevata – si dice che dobbiamo stare attenti a quelle che chiamano le “relazioni speciali”.  Siamo infatti abituati a considerare l’amore come frutto di relazioni speciali: io amo la mia famiglia, mia figlia, la mia compagna, i miei amici, il mio paese. Insomma c’è sempre un “mio” o un “nostro”. Nella prospettiva ecocentrica c’è invece un “tutti”. E le costellazioni ci insegnano che c’è una dimensione in cui possiamo iniziare ad amare in maniera equidistante. Quando io vivo in amore, quando sono innamorato della vita, di ciò che faccio… quello che accade è che inizio a sperimentare un amore che va oltre, che non ha confini e cresce continuamente. È una soglia che, nel nostro percorso, in genere gli studenti varcano quando arriviamo al seminario delle costellazioni spirituali durante il quale lavoriamo molto sul tema della morte e del distacco, li rappresentiamo, li viviamo. In quel momento, in quella condizione possiamo uscire dai favoritismi ed elevarci da un amore che ha un oggetto a un amore che non ha oggetto e in cui noi siamo amore.  E’ un concetto teorico che possiamo vivere nelle costellazioni spirituali con il corpo, con l’anima e lo spirito, raggiungendo così una dimensione a cui possiamo ancorarci.

F. Credi sia veramente possibile sperimentare tutti i giorni amore per tutto e per tutti?

L. Occorre fare una distinzione e per questo mi riallaccio ancora una volta a Ken Wilber che ha anche fondato il movimento integrale. Wilber distingue infatti fra stato di coscienza e stadio di coscienza. Il primo è “gratuito”, capita. Chiunque può sperimentare in una certa condizione o contesto degli stati di coscienza altissimi. Invece lo stadio di coscienza va guadagnato.

F. Come? 

L. Con un lavoro quotidiano, attraverso la sperimentazione di stati che divengono via via più frequenti fino a consolidarsi in stadi. Quando si è sperimentato uno stato è come se restasse una traccia, un filo di Arianna che poi delicatamente si può tirare per trasformare nel tempo uno stato in stadio.

Certi stati iniziano a essere frequenti e si possono sperimentare in qualsiasi istante, in metropolitana, in auto in mezzo al traffico, anche nelle situazioni più inaspettate. Giorni fa mi è capitato di fare un’esperienza interessante: stavo viaggiando in metropolitana e osservavo curioso la realtà intorno a me. A un certo punto la metropolitana ha avuto un sussulto abbastanza brusco che ha portato un po’ di scompiglio generale. Alcuni stavano per cadere … E c’è stato un attimo in cui in tanti abbiamo istintivamente fatto il gesto di sostenerci reciprocamente, varcando per un istante la soglia della separatezza, della solitudine… situazione buffa durata qualche secondo in cui abbiamo alzato lo sguardo da terra, distolto la mente dai soliti pensieri ricorrenti, ci siamo guardati e abbiamo sorriso. È stata una cosa davvero inaspettata e bella, molto leggera. In una frazione di secondo c’è stata una grande comunicazione e connessione e ci siamo scoperti connessi al di là di quello che ognuno di noi pensava. E allora ho cominciato a guardare le persone intorno a me come quando siamo in cerchio durante le costellazioni: con alle spalle la loro anima, il loro destino e la loro dignità. Ci si accorge così che si può veramente amare tutti e l’augurio che faccio a me e agli altri è di sperimentare sempre più spesso questa dimensione. E man mano che questi stati si consolidano sperimento che la vita diventa come una lunga giornata estiva: possono arrivare le nuvole e il temporale ma tanto sai che è estate.

E ho sempre più la sensazione che anche il contrattempo e la buccia di banana che capita inevitabilmente, alla fine fanno parte di un contesto in cui tutto può essere accolto e tutto trova il suo spazio.

E’ un periodo in cui amo molto i contrattempi perché sono i momenti che mi hanno insegnato di più e che io definisco “momenti crack”. E qui mi rifaccio a una citazione di Leonard Coen che dice “C’è un crack in ogni cosa: è lo spazio da cui passa la luce”.  I momenti crack sono quelli durante i quali il nostro guscio, la nostra corazza fa crack e filtra la luce. Insomma sono diventato un’amante dei fallimenti.

F. Mi sembra un’affermazione vagamente provocatoria

L. Lo so. Ma mi ricollego alla definizione bellissima che il maestro Taiten Guareschi in una nota autobiografica da di sé stesso. Lui si definisce un’inguaribile ottimista avviato sul sentiero del fallimento totale. E’ chiaro che fa riferimento ai fallimenti dell’ego, a tutte le sue pianificazioni e ai suoi sforzi, le fabbricazioni, le attività che vogliamo controllare in una realtà che di per sé non è controllabile. Quando accadono questi fallimenti scopriamo veramente qualcosa di nuovo. I momenti che ricordo con maggiore intensità sono proprio quelli legati a un fallimento. Ne ho vissuti alcuni e per me sono stati fondamentali  perché sono momenti che l’ego vive come momenti di umiliazione e in cui si ha quasi paura di perdere la propria dignità.

F. Da cui però si rinasce…

L. Si rinasce più forti e più leggeri.

F. Come nelle costellazioni che donano ogni volta una grande ricchezza. Quando hai iniziato a entrare in contatto con il mondo delle costellazioni?

L. Il primo contatto è stato con ISKON – un istituto di Milano che ora credo non essere più attivo, diretto da Federico Pagni e Charlotte Gotz – che aveva un approccio molto interessante, che in parte mi sta tutt’ora ispirando, e che è quello di integrare tanti stili diversi di costellare.

F. Molto tempo fa?

L. Doveva essere intorno al 2000. E fu amore a prima vista. A tal punto che iniziai subito a sperimentare ciò che avevo appena appreso, utilizzando i miei colleghi di lavoro come cavie. Poi, dopo qualche anno, attraverso l’amica Anna Zanardi, conobbi Attilio Piazza e mi iscrissi al suo percorso di counseling che allora prevedeva anche una serie di docenti stranieri  straordinari che mi hanno dato molto.

F. Da tutta questa esperienza cosa hai imparato?

L. Innanzitutto ho imparato chi sono. Ho poi imparato a riconoscere cosa mi sta a cuore e cosa voglio essere in questa vita. E, infine, ho imparato ad apprezzare la diversità, anche negli stili costellativi.

F. Ma c’è un modo di costellare più corretto di altri? A volte le persone che approcciano per la prima volta le costellazioni hanno un po’ paura di dover vivere situazioni drammatiche e dolorose. 

L. Non credo ci sia un modo “giusto” di costellare. Lo stesso Hellinger ha cambiato profondamente il proprio modo di costellare in questi anni. Tuttavia provo una certa avversità per chi nelle costellazioni alimenta il “dramma” e nutre la dimensione emozionale negativa lasciando il cliente troppo a lungo in contatto con le esperienze dolorose del passato. Nessuno nega che queste vi siano state. Allo stesso tempo è per me di prioritaria importanza che il cliente stia a contatto con il proprio passato doloroso solo per il tempo necessario a poter dire “è andata così”, Una volta che il cliente si è riconnesso a un sentimento di gratitudine per il proprio passato, possiamo aiutarlo a voltarsi di 180° verso il suo futuro, il suo miglior futuro. Nella nostra scuola amiamo oltre alla profondità anche la luminosità e la leggerezza e, quando è possibile, non disdegnamo di divertirci anche mentre costelliamo.

F. Fino ad ora abbiamo parlato di costellazioni di gruppo. A livello di singolo come ti regoli? Nel gruppo c’è una forza ed energia molto potente che permette il movimento e il fluire. Nell’one to one invece… certo si può ricorrere ai pupazzetti del playmobil …

L. Nell’one to one preferisco orientarmi attraverso due cose. La prima è una competenza che applico sempre, sia nell’one to one sia nelle costellazioni di gruppo e che è il pilastro della nostra scuola, ovvero la capacità di immedesimazione o di captazione. Capacità che appare evidente a chiunque venga scelto come rappresentante in una costellazione e che si manifesta nella possibilità di percepire sensazioni, emozioni, impulsi di movimento, e intuizioni della persona rappresentata. Allora mi domando perché mai dovremmo relegare questa facoltà totalmente umana che ci porta a avere intuizioni importanti solo al momento in cui veniamo scelti come rappresentanti in una costellazione. Se questa è una nostra competenza, una facoltà dell’animo umano, ebbene non posso più accettare che una persona sperimenti tutto questo nel limitato orizzonte di una costellazione e se ne torni a casa come se niente fosse. Vorrei far capire che questa capacità – definita da Matias Vargas “percezione rappresentativa” – è un dono che dobbiamo esercitare e alimentare sempre, in ogni contesto di vita, perché ci consente di comprendere il vissuto dell’altro anche nelle situazioni critiche, anche con la persona con cui sono in conflitto, con chi non riesco a capire fino in fondo, con chi ha un disagio e, ovviamente, anche con il mio cliente durante una sessione di counseling. Pertanto, quando mi trovo al fianco del mio cliente in sessione individuale o di gruppo, innanzitutto mi chiedo come sto se “divento lui”, quando cioè mi connetto al suo sentire entrando in quello spazio dentro di me in cui io e lui siamo uno. Uno spazio in cui ricevo delle immagini, delle intuizioni e delle comprensioni che altrimenti non potrei avere. E così divento in un certo senso suo rappresentante. Questa è la parte che cerchiamo di sviluppare e allenare il più possibile durante il percorso grazie a varie modalità anche di tipo artistico, ovvero attraverso il disegno, la creta, la cera.  Plasmiamo cioè dei materiali e poi ci immedesimiamo nell’altro attraverso gli impulsi di volontà che l’altro imprime alla materia.

F. In altre parole disegnando oppure manipolando la creta o la cera infondi parte di te  stesso a questi materiali.

L. Dopo di che mi chiedo: se questa scultura l’avessi fatta io come starei, cosa avrei voluto rappresentare?

F. Mi viene da pensare che nel momento in cui tu, estraneo, prendi in mano la mia scultura di cera, ti arrivano delle informazioni.

L. Esattamente.  Perché ci connettiamo a un livello molto più profondo. E’ come se il tuo impulso di volontà dialogasse con un mio livello profondo bypassando la mia parte più cognitiva.

F. E applichi questa modalità anche nell’ one to one?

L. Spesso.

F. Quindi invece di usare i pupazzetti chiedi al cliente di plasmare una figura che rappresenti lei o suo marito, suo figlio …

L. Le figure plasmate hanno molta più forza dei pupazzetti perché plasmare sé stessi o le persone care ha degli effetti particolari e profondi. Pensa cosa significa plasmare i propri genitori: è un’esperienza nuova e fuori dal tempo perché sono loro ad averci plasmato per certi versi.  E’ un po’ come se – per un istante – divenissimo noi i creatori, come se divenissimo le forze plasmatrici da cui i nostri genitori provengono.

F. Oserei dire che nel momento in cui una persona plasma le figure che rappresentano le persone alla base del suo interesse, non c’è più bisogno di dire nulla. 

L. Il fatto di plasmare è già un riconoscimento e quindi le parole non servono più o perlomeno ne servono molte meno. Perché plasmare vuol dire entrare dentro sé, riconoscere un impulso di volontà e trasferirlo e questo ci porta a essere molto silenziosi. E’ già un bel dono.

Parlando d’immedesimazione mi torna in mente un discorso di Alessandro Bergonzoni, attore ma anche antroposofo  e filosofo dall’anima molto raffinata, durante un festival dell’Unità nel 2006 in cui fece un elogio della immedesimazione. Disse infatti (vado a memoria): “Non possiamo essere solo noi stessi. Dobbiamo invece comprendere che siamo anche l’altro, che siamo tutto e qualsiasi lavoro facciamo dobbiamo immedesimarci negli altri e capire che non siamo solo noi e ciò che ci riguarda, ma che dobbiamo diventare anche l’anziano, la madre, il carcerato, il malato in ospedale. Non posso interessarmi solo di ciò che mi riguarda, quando mi riguarda”.

Noi nelle costellazioni abbiamo la fortuna di sperimentare anche fisicamente gli altri. Quando rappresentiamo una persona deceduta o un figlio accogliamo nella nostra coscienza delle informazioni fondamentali rispetto a ulteriori punti di vista. E siccome potremmo anche definire la consapevolezza come la capacità di accogliere punti di vista diversi, quello che noi facciamo nelle costellazioni è un esercizio di consapevolezza. Ma spesso avviene che questo esercizio venga dato per scontato e non venga valorizzato. E quello che io cerco di trasmettere nel nostro percorso è proprio di non dare per scontato questo aspetto che è un evento quasi magico. E’ importante che il rappresentante faccia tesoro delle esperienze che vive perché ha la possibilità di vedere il mondo da angolature completamente nuove.

F. In sintesi vuoi dire che, dopo aver partecipato come rappresentante a una costellazione, non si può tornare a casa come se nulla fosse successo ma che le sensazioni e le emozioni vissute andrebbero tenute a cuore.

L. Tenere a cuore è l’espressione esatta. Non voglio dire che ci si debba riflettere ulteriormente (il che, tuttavia, non guasterebbe), ma che non si può darle per scontate. Bisogna capire che il fatto di poterti immedesimare comporta una responsabilità e una grande opportunità perché significa viaggiare dentro te stesso fino a trovare quello spazio magico in cui tu e l’altro siete Uno. Allora non puoi più fare del male a nessuno, senza assumertene la piena responsabilità. Questo è il potere dell’immedesimazione: il potere di riconoscere la connessione che c’è con l’altro, chiunque sia.

F. È la parte più difficile. Ma se pensi al dolore che infliggi dovrebbe diventare più facile.

L. Per me rappresentare un soldato deceduto in battaglia durante un seminario è stata un’esperienza molto importante. C’erano molti rappresentanti di soldati morti intorno a me, inclusi quelli appartenenti all’esercito nemico. In un momento sentii che non avevo nessun tipo di rancore verso chi mi aveva arrecato la morte. Al contrario, con grande sorpresa, notai che c’era un bel senso di fratellanza: nella morte cessavano le fazioni ed eravamo tutti fratelli perché ormai eravamo andati oltre. In quella circostanza, mi portai a casa un ulteriore pensiero che mi sorprese non poco: la guerra per gli uomini è solo un altro modo per incontrarsi … è un’altra possibilità che gli uomini hanno per incontrarsi spiritualmente, in un’altra dimensione. Da morto potevo vedere l’altro come un fratello.

F. Vorrei farti due domande su due argomenti che a mio avviso sono correlati: l’esclusione e il destino. Puoi spiegare perché è fondamentale includere l’escluso?

L. Credo per la stessa ragione per cui è impossibile smettere di amare. L’amore – inteso nella sua accezione più elevata e spirituale- fondamentalmente vuol dire includere indistintamente. E grazie alle costellazioni sappiamo che è impossibile creare benessere all’interno di un sistema escludendo qualcuno. Quindi, in altre parole, affinché il sistema sia in armonia e gli elementi del sistema possano vivere questa armonia, è necessario includere e essere inclusivi il più possibile, ovvero amare. Il che non è sempre facile perché la nostra capacità di accogliere la diversità a volte incontra dei limiti. Ma grazie alle  costellazioni sperimentiamo la possibilità di varcare questi limiti e di includere sempre più anche quelle persone per le quali inizialmente nutriamo antipatia e repulsione. Certo, se guardiamo l’altro, “il carnefice”, condannandolo nel nostro intimo, allora non lo includeremo mai e il sistema non riuscirà a sbloccarsi; se invece, nel guardare l’altro sospendo il giudizio e lo includo inchinandomi al suo difficile destino, posso scoprire la compassione. Parafrasando De Andrè, potremmo dire che scopriamo che non ci sono colpevoli, che “siamo tutti vittime di questo mondo”.

F. Se poi pensiamo che ognuno ha una storia alle proprie spalle e che è il frutto delle generazioni che lo hanno preceduto…

L. Allora possiamo guardare questa persona visualizzando alle spalle la sua dignità e rispettando il suo destino. Possiamo pertanto essere totalmente in disaccordo con quello che ha fatto e al contempo includerlo.

F. Qualcuno potrebbe dire o pensare che questa capacità di includere e accogliere sia solo buonismo.

L.  Non è buonismo. Credo che il buonismo come tutti gli “ismi” sia  pericoloso. E’ un concetto molto pragmatico. Nelle costellazioni, abbiamo la fortuna di sperimentare nel corpo fisico, vitale e emozionale ciò che ci fa stare bene. Quindi nella mia esperienza l’inclusione è un’altra modalità per sperimentare benessere e amore.

F. Mi piace il concetto di “modalità di provare benessere”. Mi sembra molto in linea con questo modo di essere e di sentire.

L. Propongo spesso una pratica in cui sperimentiamo quattro prospettive fondamentali, che sono: la visione egocentrica, etnocentrica, ecocentrica e cosmocentrica. Lo facciamo cambiando la nostra posizione percettiva, come siamo abituati a fare durante le costellazioni. Con questo semplice esercizio – che non ha nulla di intellettuale perché  viene vissuto integralmente nel corpo e nelle emozioni – ognuno può percepire la differenza che vi è nell’essere via via sempre più inclusivi. Dallo stadio in cui tutto ruota attorno a me e ai miei bisogni(egocentrico), allo spazio in cui mi riconosco in un “noi” che tuttavia presuppone l’esistenza di un “loro” (etnocentrico). Poi la posizione ecocentrica inizia a aprire una ulteriore nuova prospettiva sull’insieme, sull’interdipendenza e sull’equilibrio tra gli elementi del sistema. Diveniamo così inclusivi ed equidistanti e sperimentiamo che quanto più si allarga l’angolo percettivo da cui osserviamo il mondo, tanto più il senso di spazio e di benessere aumenta. Ma quando ci poniamo nella dimensione cosmocentrica, allora – durante l’esercizio – cala letteralmente il silenzio. Non ci sono più parole. C’è tutto. E in questa sensazione di coscienza unitiva, le persone sperimentano uno stato di consapevolezza nuovo, per alcuni commovente, che diventa uno stato a cui aspirare per farlo diventare stadio. Ma trasformarlo in stadio è il compito non di una vita ma di tante vite. Per fortuna abbiamo l’eternità di fronte a noi e quello che non riusciremo a fare in questa vita lo faremo nelle altre.

F. Sei partito qualche anno fa con la Scuola di Costellazioni Integrali, ma vedo che ora ci sono molte cose nuove che bollono in pentola, tra cui persino un nome nuovo. E’ solo un restyling o c’è qualcosa di più?

L. Si, dall’esperienza meravigliosa della Scuola di Costellazioni Integrali è nata Atroove | Scuola per lo sviluppo delle qualità umane essenziali. Non è un restyling, non ce ne sarebbe stato bisogno. E’ proprio una nuova fase evolutiva del mio lavoro, una nuova soglia di maturità. Mentre, al principio, il focus della scuola era quello di divulgare la cultura e la pratica di quel meraviglioso strumento che sono le costellazioni, molto presto è maturato in me un nuovo profondo impulso. Ciò che veramente destava la mia più viva attenzione non era “solo” l’insegnamento delle costellazioni, ma soprattutto la trasmissione di quelle qualità essenziali necessarie a divenire buoni costellatori e buoni esseri umani. Parliamo di vere e proprie competenze esistenziali, che si declinano sul piano umano, sociale, relazionale e transpersonale. Mi sono accorto che lo sviluppo di tali qualità non poteva essere promosso come un mezzo per giungere a un fine (facilitatori o counselor), ma era un fine in sé. Diventare un buon costellatore è l’effetto collaterale di un buon lavoro di svelamento delle proprie qualità animiche e spirituali. Ecco quindi che occorreva un nuovo nome e una nuova definizione di scuola. Altroove è la dimensione in cui ciascuno di noi si riconnette alla propria essenza. Le due “oo” formano un infinito perché l’infinito è la nostra vera dimora. In questo viaggio, non sono più solo; ho dei compagni di grande spessore che vengono a portare le loro preziose testimonianze. Soprattutto, sono così felice che la scuola oggi abbia una co-direttrice che mi affianca, Susanna Cohen, medico, psichiatra e psicoterapeutica, che apporta continuamente non solo una grande qualità umana e professionale, ma anche la possibilità di integrare le mie conoscenze più umanistiche con aspetti di carattere scientifico che – nel nostro approccio integrale – trovano perfettamente un posto.

F. In un tempo in cui tutti parlando di qui-e-ora parlare di “altrove” sembra quasi provocatorio. 

L. In effetti, un po’ lo è. Chiunque si sia cimentato in pratiche di presenza o di “mindfulness” ha sperimentato che non si tratta di cose semplici. Milioni di persone hanno letto con viva passione quel magnifico libro che è “Il potere di adesso” di Eckhart Tolle. Eppure molto poche si sono veramente “risvegliate” a quello stato di presenza di cui Tolle parla. Come mai? La verità è che è un lavoro impegnativo. Puoi avere la fortuna – per così dire – di sperimentare un risveglio improvviso, come è accaduto a Tolle o a Byron Katie, solo per citare due maestri spirituali dei nostri tempi, giustamente molto amati. Per i più, occorre fare un duro lavoro, costruire pietra su pietra le basi della presenza, modificando mappe neuronali consolidate in decenni di vita, introducendo nuovi stati di coscienza, con l’obiettivo di trasformarli in “stadi” di coscienza sempre più stabili. E’ un lavoro che richiede pazienza, amore e impegno. Altroove per me è tutto questo, è il luogo dove mi perdo e mi ritrovo, continuamente; è l’orizzonte che si sposta davanti a me. E’ la meta ultima del mio viaggio, è un luogo che è la mia dimora, ma dove non posso mai sentirmi veramente a casa. E’ un luogo che mi mantiene vivo e in viaggio. Oggi non c’è più tempo per sentirsi a casa. Non abbiamo più “una” casa. A casa non si torna più. In un’epoca in cui abbiamo ben presente quanto il nostro pianeta sia piccolo – in fondo, poco più di un astronave lanciata nello spazio e con risorse molto limitate – non possiamo più accontentarci di sentirci a casa, al sicuro e di chiudere il mondo fuori. Oggi, dobbiamo più che mai concepire l’esistenza, il divenire, la trasformazione, il cambiamento come la nostra vera casa. Ognuno di noi ha il proprio “altrove” personale, quel luogo di libertà e connessione che si trova proprio qui, proprio ora, in cui sperimentare con gioia e pienezza la sensazione di divenire sempre più ciò che in realtà già siamo, quando ci permettiamo di svelare la nostra più intima essenza.

Fabia Garatti è giornalista, counselor sistemico e costellatrice.